febbraio 2006
Editoriale
Le due leggi di conservazione

Enrico Bellone

Tutti d’accordo, a quanto pare. D’accordo, cioè, nel dire che l’Italia può e deve superare le sue attuali difficoltà, e che il superamento passa anche attraverso la modernizzazione delle università e il ringiovanimento di docenti e ricercatori. L’universalità del consenso è tuttavia allarmante, se si non entra nei dettagli.
Ne ricordo solo alcuni, correndo volentieri il rischio di ripetermi. Alcune nostre università, pur soffrendo da decenni per malanni vari e cronici, producono numeri rispettabili di laureati ricchi di competenze e di motivazioni. E la prova del nove sta nella fuga dei cervelli, che non ci impoverirebbe se i nostri giovani fossero così impreparati da non sollevare gli appetiti altrui. E che non ci dissanguerebbe se fossimo noi preparati per trattenere i giovani migliori.
Detto questo, non è un segreto di Stato che abbiamo anche università dove il rapporto tra ricerca e docenza è insufficiente. Ciò nonostante, il valore legale del titolo di laurea livella le differenze. Chi ottiene, in una disciplina, un bel 110 e lode in un ateneo dove si facciano ricerche a livello internazionale, è legalmente identico a chi, nella medesima disciplina, si porta a casa il suo bel 110 e lode in un’università dove la parola «ricerca» è per lo meno impropria.
Che fare? Da più parti si suggerisce – e sono d’accordo – di far leva sulla meritocrazia, e di abolire la fittizia eguaglianza che il valore legale del titolo garantisce. Una riforma, questa, che non costa un centesimo, ma che favorirebbe una reale competizione fra gli atenei, obbligandoli ad attirare i migliori docenti e i migliori ricercatori, e, quindi, a produrre laureati sempre più preparati. Per attirare gli studiosi migliori vanno però rivisitati i sistemi di reclutamento e di controllo sulla ricerca. Il reclutamento è oggi regolato da quelle che chiamerò la prima e la seconda legge di conservazione dell’accademia.
La prima legge afferma che si bandiscono i concorsi solo se sono già noti i cognomi dei vincitori (possibilmente anziani e locali). La seconda legge opera in tempi di vacche magre, ed è peggiore della prima, perché ammette quelle sconcertanti assunzioni ope legis che assorbono coloro che in precedenza non hanno neppure vinto i concorsi. I risultati di queste due leggi sono esposti nell’articolo di Stefano Zapperi e Francesco Sylos Labini che comincia a pagina 14 e che ha anche il merito di fare confronti tra ciò che succede da noi e ciò che invece accade altrove.
Dovremmo davvero predisporci a minimizzare il regime dei concorsi e massimizzare il metodo della chiamata. E, nello stesso tempo, fissare un codice di controllo che non può che essere meritocratico e snello: una commissione di pochi esperti di varie nazionalità analizza, ogni tre o quattro anni, la produttività delle linee locali di ricerca e dei corsi di laurea, e l’esito condiziona il futuro.
So bene che riforme di questo genere si scontrano sia con i brontolii di minoranze che vedono nella meritocrazia un attentato alla democrazia, sia con l’ostilità di chi teme l’indebolirsi dei vecchi poteri accademici. Ritengo tuttavia che la maggioranza dei cittadini, se fosse bene informata su quanto realmente sta succedendo in Italia e quanto invece accade in Spagna o in Finlandia, darebbe il proprio consenso a entrare nella società della conoscenza. Entrandovi con riforme coraggiose che costano poco e generano cose nuove, e non con parole che non costano niente e niente producono.

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